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“Amo disegnare i miei mondi senza sapere quale sarà il risultato finale della mia immaginazione. Creare è un viaggio che intraprendo ogni giorno e che spero non arrivi mai a destinazione.”

Rendo
rendo megazone parco martesama milano 1990Rendo, classe 1969, inizia la sua avventura nel mondo della cultura Hip Hop all’età di 15 anni. Milita di due crew storiche del panorama graffitistico italiano, gli MCA negli anni 80 e i TDK negli anni 90. E’ il primo writer italiano a realizzare opere gigantesche, in cui il “graffito” è inserito all’interno di complesse ambientazioni scenografiche. E’ anche il primo writer italiano ad aver sviluppato un proprio stile del tutto originale di elaborazione delle lettere, riuscendo in questo modo ad emanciparsi dall’influenza dei maestri americani ed europei.  Dopo aver conseguito la laurea in design, Rendo comprende la necessità di far evolvere il proprio linguaggio espressivo. Abbandona ogni riferimento alla figurazione per iniziare la costruzione di un proprio universo simbolico di natura astratta. Ricordando gli anni dell’università, Rendo ritiene fondamentale per la sua maturazione artistica l’incontro con il professor Flavio Caroli, di cui fu allievo. Fu grazie alla sua guida che conobbe e comprese il peso storico delle avanguardie artistiche, riuscendo a comprenderne i meccanismi creativi.

Nel 2007 presenta al Pac di Milano, per la mostra collettiva “Street Art Sweet Art”, due sculture in cui le lettere del suo nome e della sua crew vengono trasformate in veri e propri elementi tridimensionali.

Nel 2008 espone a Roma, nelle sale dell’Auditorium della Musica per la mostra “Scala Mercalli”, tre sculture, in cui introduce i primi elementi di astrazione, che con il passare del tempo diventeranno elementi prevalenti del suo linguaggio.

Negli anni seguenti esplora le potenzialità delle pitto-sculture che gli permettono di raffigurare in modo semi bidimensionale, e con una maggiore libertà espressiva le sue strutture spaziali, che a volte diventano complessi sistemi di narrazione.

Nel 2010 espone alla Don gallery di Milano insieme all’artista olandese Zedz per la mostra “Floating Structures”, una serie di pittosculture raffiguranti complesse strutture spaziali.
 

astrocityNell’autunno dello stesso anno partecipa insieme agli artisti internazionali Shepard Fairey, Space Invader, The London Police, e  Flying Fortress, al progetto Sopra il Sotto, realizzando una serie di tombini in ghisa raffiguranti le proprie opere, esposti per tutto il 2011 e per metà del 2012, in Via Montenapoleone a Milano.

Nel 2011 espone alla Don Gallery di Milano in occasione della mostra collettiva “Writing the History”, una scultura in cui le parole Rendo e Wag vengono sviluppate attraverso l’intersezione di due pittosculture bifronte.

Nel 2012 dipinge a Lecco un murale per l’evento culturale “Lecco Street View” incentrato sul tema della multiculturalità.

Sempre nello stesso anno espone a Milano in occasione della mostra collettiva “Subterranean Modern”.

Linguaggio.
La particolare attitudine di Rendo a immaginare sin da bambino mondi fantastici e frutto della cultura televisiva, cinematografica e fumettistica di matrice fantascientifica che invase l’Italia a cavallo fra gli anni 70 e 80.   La potenza visiva dell’animazione giapponese (Goldrake – Mazinga), la dirompente veridicità dalle storie raccontate nei film e telefilm di fantascienza (Star Trek – Guerre Stellari), le mirabolanti avventure dei supereroi nei fumetti (Uomo Ragno – Fantastici Quattro) non potevano che condizionate l’immaginario chi visse quel periodo, e Rendo non fece eccezione.

Tutti questi “frammenti di fantasia”, che Rendo nei primi dieci anni della sua attività di writer ha espresso attraverso la raffigurazione di elementi fantastici, hanno subito una profonda evoluzione durante gli anni dedicati allo studio del design e dell’arte sia moderna che contemporanea, portandolo con forza verso l’ideazione di opere astratte che oggi realizza sotto forma di scultura e pittoscultura.

L’incessante necessità di sottrarre elementi descrittivi dalle strutture artificiali da lui immaginate, al fine di ottenere una sintesi visiva assoluta, è stata influenzata enormemente dallo studio delle avanguardie artistiche italiane, francesi e russe del primo novecento, che secondo Rendo grazie alla loro forza propositiva non smettono d’essere fonte d’ispirazione ancora oggi, nonostante sia passato un secolo.

mostra floating structures

Con le sue opere Rendo invita e allo stesso tempo sfida l’osservatore a esplorare e decifrare un mondo frutto della sua più profonda immaginazione, un altrove artificiale in cui enormi strutture fluttuanti sorvolano i cieli, cariche di un grado d’indeterminatezza visiva capace d’innescare nell’osservatore il desiderio di diventare esso stesso costruttore e artefice finale dell’opera, invogliandolo a completare le strutture con l’inserimento delle proprie esperienze visive, culturali, e dei propri frammenti d’immaginazione che lo accompagnano da quando era bambino.

 

Intervista per la mostra Floating Structures.

In occasione della mostra “Floating Structures” tenuta nel mese di giugno del 2010 alla Don gallery di Milano insieme all’artista olandese Zedz rilasciai una lunga intervista al sito Wildstylers diretto da Airone. Affrontammo una serie di tematiche riguardanti il nostro mondo artistico che penso sia ineressante riproporre oggi perche ritengo siano ancora attuali.

murale esterno galleria

Non fosse che per molti tratti che vi legano, affascina trovar coinvolti insieme un’artista milanese e uno di Amsterdam, entrambi accumunati da un lungo passato di Writing: ricordo molto bene i primissimi anni ’90 quando tutta la vecchia scuola newyorkese passava da Milano e tutta quella europea da Roma. Quasi una scelta di campo, anche se a ben vedere non si dimostrò tale affatto. Mi pare di ricordare appunto un paio di pannelli di Zedz sulla subway romana…
Mi sembra invece che dal 2000 ad oggi tutto sia mutato molto più in fretta che nei precedenti 30 anni, la scena è realmente globale e la parola Arte è sempre più ricorrente sulle labbra di artisti che praticano il Writing, insieme a contaminazioni così forti e varie che prima sarebbe stato impensabile prendere in considerazione: agli occhi di molti avrebbero significato corruzione del vero spirito del Writing. Cosa ne dici, e quanto hanno inciso questi cambiamenti sulla tua ricerca?

I writers italiani, hanno fatto parte di movimento artistico che per tanti anni non si è dovuto misurare sulle strade con una forma d’arte realmente concorrenziale. La mancanza di un confronto con qualcosa di diverso ha reso in breve tempo il movimento autoreferenziale, facendolo scivolare verso il mito di una “purezza “ stilistica da preservare ad ogni costo. Mito che se alle origini del movimento aveva una sua ragion d’essere, ha finito per diventare un freno al nascere di nuove idee, portando il writing verso un progressivo immobilismo, e a quella che nei fatti è stata una lenta agonia. Se nel resto del mondo la street art si è diffusa in modo graduale, dialogando e integrandosi con il mondo del writing, in Italia è comparsa di colpo, sostituendo il writing dall’oggi al domani nell’immaginario delle nuove generzioni come forma d’arte “anti sistema”. Non a caso il titolo del libro manifesto di questo movimento, che se per il writing è stato “Subway Art”, per la street art ha come titolo “The Art of Rebellion”.

La mostra “Urban Edge” svolta a Milano mostrò ai giovani delle nostre città l’esistenza di un nuovo movimento creativo, portatore di presupposti concettuali e stilistici opposti a quelli del writing, come la possibilità di esprimersi con un grado di libertà sia tecnica che stilistica pressoché totale. Questa nuova “visione” offerta dalla mostra scatenò mille polemiche da parte di chi ancora oggi afferma che oltre il writing non c’è niente, mentre portò i più avveduti fra noi a porsi mille domande, e a iniziare un lungo e in alcuni casi sofferto periodo di riflessione. Io stesso, che fino a quel momento avevo “creato” fra i “limiti rassicuranti” offerti dal writing, compresi che era arrivato il momento di iniziare a mettere in dubbio i miei preconcetti verso la street art. Per questo intrapresi un lungo periodo di sperimentazione al fine di riuscire a creare un mio nuovo stile espressivo, che fosse si aperto a contaminazioni esterne, ma che risultasse coerente con le mie esperienze passate e la mia storia personale.

Dopo aver partecipato alla mostra “Street Art Sweet Art”, che segnò il mio ritorno sulla scena dopo un lungo periodo di assenza, iniziai a progettare un linguaggio espressivo non solo coerente, ma in grado di svilupparsi nel tempo. Passare dal muro alla scultura, e poi alla pittoscultura è stato un bel salto di prospettiva.

locandina esposizioneMi pare che antrambi abbiate affinato un metodo molto rigoroso e ragionato di lavorare. Da che cosa parti? E quale e quanta parte è affidata al sentimento?
Sin dagli inizi della mia carriera di writer, ero conosciuto per la cura con cui progettavo i miei graffiti, e la perizia maniacale con cui li realizzavo. Oggi, grazie agli studi nel campo del design, riesco ad affrontare l’aspetto creativo e realizzativo delle mie sculture e pittosculture con una consapevolezza e competenza tecnica maggiori. Divido il lavoro essenzialmente in due parti: quella puramente creativa inizia da un’intuizione schizzata a penna su un foglio di carta, che attraverso una serie di passaggi intermedi trasformo in un disegno finito. Ho imparato ad usare la penna per schizzare la prima idea, perché non potendo cancellare come con la matita, sono costretto a ripetere il disegno più volte sullo stesso foglio fino ad ottenere l’idea voluta. In questo modo lascio una traccia del percorso creativo che mi ha portato all’idea finale, che altrimenti verrebbe perso. 

La realizzazione finale dell’opera, che spesso è lontana mesi dalla fine del progetto su carta, è a tutti gli effetti una sessione di design, perché realizzo prima una serie di prototipi in cartone, per passare all’uso del legno solo dopo aver risolto ogni tipo di problema tecnico costruttivo.

Da che cosa è nata invece l’idea di questa mostra?
Ho conosciuto Don nel 2007 in occasione di una manifestazione artistica di beneficenza. Da quel momento abbiamo iniziato a sviluppare un interessante confronto di idee, che negli anni ha consentito ad entrambi di conoscerci. L’idea di realizzare una mostra è nata nel settembre del 2009, e si è concretizzata nella forma definitiva nel gennaio 2010. Sia io che Zedz, abbiamo ideato due solidi e coerenti linguaggi espressivi, che possono felicemente convivere in una mostra, e rafforzarsi a vicenda pur nelle rispettive differenze. Conosco da anni e apprezzo molto i suoi lavori, e penso che facendo dialogare i nostri stili si possa ottenere un risultato molto interessante.

Sarei curioso di conoscere quali artisti ti ispiravano quando hai iniziato a dipingere e quali credi significativi oggi.
All’età di 17 anni ero un writer che ignorava completamente la storia dell’arte. I miei punti di riferimento erano i maestri di New York come Bio, Vulcan, Phase 2 e Fitura 2000. Con gli anni, la mia attenzione si spostò verso la scuola francese, prima dei TCA e in seguito grazie alle mie frequenti visite a Parigi dei famosi BBC. Nella fase matura della mia attività di writer, abbracciai in pieno l’idea di dipingere graffiti monumentali, introdotta nella città di Monaco dalla crew ABC e FBI.

Oggi, pur essendo un attento estimatore di artisti come Doze Green, Damon Soule e Jeff Soto, studio in modo approfondito prevalentemente artisti slegati dal mondo della street art, come Tony Cragg, Antony Gormley, Tom Friedman. Ogni grande artista è portatore di una complessa visione estetica e filosofica. Sta alla sensibilità di ognuno di noi saper osservare e cogliere quegli aspetti che se pur apparentemente insignificanti, possono essere caricati di nuovi significati se inseriti in un nuovo contesto espressivo. Per questo ritengo che gli spunti più interessanti si ottengano analizzando e combinando fra loro precisi aspetti tratti da esperienze artistiche anche molto differenti fra loro.

Ad esempio, cosa accomuna l’architetto futurista Sant’Elia, Boccioni e il pittore e scultore giapponese Takashi Murakami? Ovviamente niente. Dai linguaggi di entrambi è però possibile estrarre alcune peculiarità, che rielaborate in modo inedito, seguendo la propria sensibilità e la propria storia, possono dare vita a validi punti di partenza per riuscire ad impostare un proprio linguaggio. E’ proprio per questo che studio approfonditamente gli artisti che reputo interessanti. A questo proposito, considero fondamentale per avere una minima comprensione di ciò che ci ha preceduto, leggere “Ultime tendenze nell’arte d’oggi” di Gillo Dorfles.

Rendo, progettazione in studio

Senti, siamo sicuri che “un’eccesso di cultura” non finisca per rendere tutto più noioso? Condivido molte cose che affermi, ma sembra che tralasci un po’ la parte “stradaiola” che rappresenta poi la linfa vitale di tutta questa creatività. Per quanto mi riguarda sarebbe sufficiente che si sapesse chi è Phase 2 piuttosto che Gillo Dorfles, col massimo rispetto parlando. Anzi, credo proprio che uno dei nostri problemi sia esattamente questo: perchè la gente conosce Dorfles e non Phase 2?
Amo la così-maldestramente-detta Street Art e ancora più la sua commistione con il Writing. Anzi, forse ciò che amo maggiormente sono gli artisti che dal Writing hanno sviluppato nuovi linguaggi. Questi mi sembrano, a volte, più interessanti… forse perchè hanno dovuto intraprendere un lungo viaggio, non sempre facile, per arrivare dove sono: altri lasciano un po’ il dubbio che ci sia una sorta di pianificazione troppo ragionata, troppo estrapolata da scuole di grafica e design, dal desiderio di non perdere un treno con regole molto più facili e “alla moda” rispetto al Writing. Ma mi si potrebbe legittimamente contestare che essendo la mia storia, è facile credere così. Quindi ok, non voglio generalizzare e poi non c’è nulla di male ad essere di moda fino a quando non si esagera. Tuttavia ho l’impressione che ci sia più d’uno che pianifica i propri interventi esclusivamente in base alla copertura mediatica che può ottenere: non è che sia un reato… però è un po’ triste, no?

E’ la strada ad aver forgiato la mia creatività. Ho dipinto il mio primo graffito sotto quasi mezzo metro di neve all’età di 15 anni, e in quel momento non c’era nessuno che apprezzava o incoraggiava quello che facevo, ma lo facevo, nonostante tutto. Gli unici amici con cui potevo condividere la mia voglia di esprimermi erano al muretto, perché a scuola o dove abitavo nessuno, tranne Play con cui dipingevo, la pensava come me. Oggi è facile iniziare a dipingere perché che c’è un movimento a cui appartenere, e la “strada” ti accoglie, ma all’inizio eri solo.

tsb

“TSB” Rendo e Play 1987, parco della martesana, Milano

Chi però pensa che dipingendo per strada non si produca cultura, sbaglia. E lo fa anche chi crede che questa sia una sub-cultura, incapace di dialogare al pari di quella “alta”. Tutto dipende dal livello del “pensiero” da cui prende vita l’opera. Il writing o la street art non sono concettualmente inferiori alle altre forme d’arte. Tutto dipende da chi le produce.

So comunque che a molti spaventa la parola cultura, quindi per non essere frainteso parlerò di conoscenza. Quante volte ci è capitato di vedere persone che cercano di vendere un plagio, per una colta citazione di artisti del passato? Se queste studiassero non dico tanto, ma il minimo necessario l’artista a cui si ispirano, dipingerebbero sicuramente cose diverse. Per questo “informarsi” per conoscere diventa un’esigenza, più che altro per non essere derisi. Non voglio provare a imporre il mio punto di vista, anche perché ognuno è libero di scegliere la propria strada. Dico solo che fino ad ora gli amici writers che ho portato quasi a forza in un museo, o in una galleria d’arte per vedere qualcosa di diverso dal solito, alla fine mi hanno sempre ringraziato, e ora so che ci tornano, magari senza dirlo agli amici.

double cityConoscere degli artisti che operano al di fuori del mondo del writing, mi rende capace di vedere quello che faccio come artista da un punto di vista diverso e quindi migliore, perchè più obbiettivo, di quello che potrei avere se vivessi ancora racchiuso nel mio piccolo mondo. E poi vorrei dire un‘altra cosa. Le opere che produciamo, parlano di noi in un modo che spesso sfugge al nostro controllo. Denunciano i nostri pregi come i nostri difetti. Sono spietate nell’affermare se stiamo mentendo o dicendo la verità. Per cui… attenzione e quello che fate.

Proporre un paragone fra Dorfles e Phase 2 è ovviamente impossibile, ma cercherò di rispondere lo stesso alla tua domanda. Il primo é un critico d’arte, che ne ha attraversato la storia lo scorso secolo, non solo da osservatore, ma in parte da protagonista, e all’età di cento anni appena compiuti scrive ancora, con una lucidità è capacità di analisi ammirevole. Phase 2, che ritengo uno dei miei primi maestri, rappresenta il capostipite del writing, e per questo si è guadagnato un posto nella storia dell’arte. Ma il writing è solo uno dei tanti movimenti artistici nati nel secolo scorso. Da qui la differenza di fama o d’importanza se così si può dire, che a mio parere non toglie nulla al secondo.

In questi anni assisto, facendone parte attiva, al passaggio di molti writers, illustratori e artisti figurativi, verso quello che penso impropriamente venga chiamato mondo della Street Art. Dico “impropriamente” perché lo ritengo un termine troppo generico, in quanto viene usato per inglobare quelle tendenze ancora acerbe, che solo un giorno diventeranno correnti artistiche mature, e quindi degne di una definizione autonoma. La domanda che mi pongo è: come mai questa migrazione verso la Street Art, e con quali risultati? Credo che per alcuni ci sia la genuina voglia di misurarsi con nuovi linguaggi, per tentare di creare la propria nuova visione del mondo, che è poi il concetto cha sta alla base dell’arte. Constato invece come molti altri, tentino goffamente di riciclarsi, da un lato per non apparire obsoleti agli occhi dei propri estimatori, e dall’altro, per tentare di sfruttare a fini commercial-artistici, indubbie capacità nel campo dell’illustrazione e della figurazione.

Hai ragione quando dici che è una cosa triste, specialmente se si guarda ai risultati che questo passaggio produce. Realizzare nuove idee richiede tempo, tanta ricerca e una buona dose di pazienza, specialmente quando usciti dal propri ambito artistico ci si deve reinventare di sana pianta. Invece, chi tenta di riciclarsi non hanno tempo da perdere, quindi si limita a copiare maldestramente le prime opere che osserva, nella vana speranza di non essere “scoperto”. Non compie analisi e non si pone domande, perché deve monetizzare il più velocemente possibile la nuova “vocazione”, magari, prima che ne arrivi un’altra, più remunerativa da abbracciare. Pianifica i propri interventi a uso e consumo dei media generalisti, con l’unico scopo di aumentare la propria popolarità, ma riesce veramente a diventare un artista o, come penso, ottiene solo una fama effimera? La verità è che ne l’appoggio dei media o il possesso di una tecnica raffinata, possono ovviare alla mancanza di un’idea da trasmettere. Come la storia insegna, si diventa arista solo lavorando duro, le scorciatoie pagano nel breve termine, ma alla fine si rivoltano contro chi le ha adottate.

Questo assalto alla Street Art, è iniziato da quando qualcuno ha detto ai giornali che vende i propri quadri a decine di migliaia di euro. Io eviterei certi esibizionismi, ma a molti piace far credere di essere “arrivati”, e questo attira ogni genere di opportunisti.

struttura 2A questo punto è fondamentale che racconti il processo creativo che mi ha portato a realizzare le mie opere. Le mie strutture fluttuanti nascono dallo studio compiuto negli anni universitari dell’esperienza artistica Futurista e Suprematista, e in particolare dei disegni dell’architetto futurista Antonio Sant’Elia. Ho letteralmente “staccato” i suoi edifici da terra e li ho sottoposti a un processo di scomposizione e semplificazione, togliendovi ogni riferimento di tipo funzionale. Li ho fatti “esplodere” nello spazio, dando alle le mie opere lo status di “fotogrammi” di un moto in divenire. In seguito ho iniziato a inserirvi elementi presi dalla mia esperienza di writer, dal mondo del cinema di fantascienza, dell’animazione giapponese, dei fumetti e dei manga.

Il risultato mi ha portato ad immaginare enormi strutture sospese nello spazio, cariche di una forte tensione dinamica, in cui i vari elementi che la compongono diventano la matrice dello spazio da cui sono compenetrati. Lo spazio è quindi un elemento attivo, che dialoga con l’osservatore al pari delle strutture.

Ogni struttura è composta da una gerarchia di elementi che dialogano fra loro, che si spostano a velocità diverse o fluttuano, e da linee di forza che fungono da traiettorie per moti a venire. La struttura è quindi un elemento vivo, a volte macchina, a volte luogo immaginario, a volte segno, di cui l’opera esposta raffigura un attimo della perenne trasformazione in atto.

La scelta di rappresentare le mie strutture attraverso la pitto-scultura nasce dall’esigenza di aumentare la percezione di spazialità, trasformando la parete che la ospita in parte attiva dell’opera. La struttura diventa quindi un elemento fluttuante, anche grazie all’uso di una quinta di colore bianco situata dietro l’opera, che permette di occultare i sistemi di aggancio alla parete.

lavorazione opere

Non ti nascondo, sempre parlando di Writing, che fa una certa impressione sentirti parlare di “immobilismo” o “lenta agonia”. Precedo quanti vorranno intervenire a questo proposito e ti chiedo: sei certo di conoscere cosa sta accadendo nel Writing contemporaneo? Sono certo che molti writer avranno qualcosa da dire riguardo queste tue affermazioni…
Anche a me costa molto dire certe cose, specialmente se penso alla mia storia, e a quanto tempo ho speso per cercare di innovare continuamente la mia arte, ma proprio per questo non posso fare finta non vederne i difetti. Il writing si è sviluppato seguendo dei imiti imprescindibili, che all’inizio dalla sua nascita furono utili per definirne le peculiarità e dargli un’identità riconoscibile. Ma dopo così tanti anni dalla sua nascita, penso sia arrivato il momento di chiedersi se abbia ancora senso accettarli, o come io penso, sia arrivato il momento di metterli in dubbio. Non si tratta di rinnegare il passato, ma di tentare di ipotizzare nuovi percorsi creativi, che aggiungano linfa vitale alla nostra amata arte.

floating structureSe poi constatiamo come la Street Art abbia soppiantato in modo così veloce il Writing, nell’immaginario collettivo dei giovani, diventando la nuova disciplina artistica in grado di rappresentare le nuove istanze di ribellione, dobbiamo ammettere che ci sono dei problemi. Sicuramente molti nuovi Street Artists dipingono per moda, e fra qualche anno smetteranno, ma l’impatto della Street Art è stato tale perché dall’altra parte il writing è sembrato un movimento inceppato, e paradossalmente conservatore. Conosco il writing moderno e le sue punte di eccellenza, che guardo con ammirazione e a volta invidia, ma queste da sole non possono compensare tutto il resto, e faccio un esempio.

Come giudicare il fatto che sia tornato di moda dipingere con lo stile degli anni 80? Esistono addirittura in vendita dei tappini che riproducono il tipo di getto impreciso di quegli anni, che noi odiavamo.  Al parco Martesana di Milano ho visto dei graffiti dipinti l’anno scorso con lo stesso stile di 25 anni fa, da giovani che dovrebbero avere dentro di se la voglia e la rabbia di ribaltare tutto, di portare avanti idee rivoluzionarie, di mettere in discussione la nostra storia, diventando una nuova avanguardia, e invece vedo evocare un tempo che se pure glorioso è passato.


Torniamo a te. Quale e quando è stato il tuo primo incontro con il Writing, quello che ti ha catturato?

Nel 1984 usciva nelle sale cinematografiche di tutto il mondo in film Beat Street, e dopo due anni il libro Sabway Art. Come tutti i ragazzi che frequentavano il muretto in piazzetta Corsia dei Servi a Milano, iniziai a ballare la Break Dance prima di diventare un writer.

spettri

“SPETTRI” Rendo e Play 1987, parco della martesana, Milano

Vidi le prime lettere disegnate, su dei bozzetti che giravano fra i ragazzi del muretto e che ricalcavano i graffiti presenti nel film Beat Street, venendone subito colpito. La sera stessa tornato a casa mi misi subito a disegnare, colorando le lettere con le matite colorate. Avevo 15 anni, e da li non sono più tornato in dietro. Le bombolette in quegli anni costavano 6000 lire, e con una paghetta di 1000 lire alla settimana dovevo aspettare mesi prima di riuscire a dipingere un pezzo. Per cui prima di andare sul muro studiavo alla perfezione il disegno da rappresentare. Iniziai a dipingere con Play, un amico d’infanzia con il quale scambiavo idee sullo stile e la tecnica dello spray, che a quei tempi erano un mistero. Per questo modificavamo artigianalmente i tappini, al fine di ottenere un minimo di controllo sul flusso di colore in uscita, come in modo più approfondito ho avuto modo di spiegare nel libro “All City Writers”. In quegli anni ci sentivamo pionieri di qualcosa che non sapevamo dove ci avrebbe portato, ma che ci dava un’enorme carica emotiva fare. Era pura passione. Nulla era calcolato, o pianificato, nessuno s’illudeva di trarne un qualunque profitto, per cui era tutto vero.

Qualità che preferisci in un’artista?
L’umiltà e l’impegno, perché l’artista comunica attraverso le proprie opere, in modo molto più veritiero di quanto possano le parole. La capacità di mettersi in discussione ogni giorno, la voglia di divertirsi, una profonda onestà intellettuale, e una notevole profondità di pensiero.

…e in un’amico?
La sincerità, anche brutale se serve.

Che cosa proprio non puoi sopportare?
In campo artistico chi cerca di improvvisare una competenza che non gli appartiene, senza avere la minima idea di cosa stia facendo, e con la presunzione di saperla fare. Nella vita di tutti i giorni, l’incapacità di accettare il lato negativo insito in ogni azione o scelta che si compie.

Cosa ascolti quando disegni?
Prevalentemente hip hop e R&B.

Se potessi scegliere di ricevere un gradito complimento da parte di un’artista, da chi lo desidereresti?
Negli anni 90 ebbi il grande onore di ricevere direttamente da Phase 2 un sincero apprezzamento del mio lavoro, fatto rimarcato dallo stesso Phase nel libro “All City Writers”. Oggi se potessi, vorrei ricevere i complimenti da Murakami.

Che qualità ti manca e vorresti avere?
Fra le tante, quella su cui sto lavorando, è la capacità di rilassarmi quando preparo un’opera. A quanto mi dicono i miei amici, una volta affrontavo le convention di writing come se stessi per andare in guerra. Ogni progetto per me diventava una sfida finale. Ero sempre troppo teso, e in pratica non mi divertivo. Adesso che paradossalmente sto preparando la mia prima vera mostra da quando ho iniziato a dipingere sono abbastanza sereno, anche se una certa tensione inizio a percepirla all’avvicinarsi della data fatidica.

Se potessi rubare impunemente i loop di un altro writer, a chi li sottrarresti?
Negli anni 80 avrei dato tutto per saper disegnare come Mode2, visto che non mi sono mai apprezzato come disegnatore di personaggi, per quanto riguarda la creazione di lettere, sicuramente Bio e Phase 2 e Vulcan. Da un artista non appartenente al nostro mondo, Andrew Gormley per le sue ultime sculture e Takashi Murakami per le sue opere da 15 metri.

 

 

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