Graffiti

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“Ho dipinto il mio primo graffito all’età di 15 anni attanagliato dal freddo e con le gambe immerse in 50 centimetri di neve. Quasi nessuno condivideva quello che stavo facendo, ma non vedevo l’ora di rifarlo”.

Rendo, gundam 1991

libro all city writersPrefazione.

Nell’autunno del 2009 veniva pubblicato “All City Writers”, un libro che nell’intenzione del suo autore doveva essere la prima pubblicazione sul tema della graffiti art a contenere articoli di commento redatti dagli stessi artisti, che avendo contribuito negli anni a fondare e far prosperare il movimento, erano gli unici a poterne restituire un affresco veritiero.

Due anni prima della sua pubblicazione venni interpellato dall’autore, Andrea Caputo, con il compito di raccontare le origini del graffitismo milanese per come l’avevo vissuto in quegli anni. Il capitolo dedicato a Milano sarebbe stato completato da articoli preparati da altri writers, i quali, esprimendo il loro punto di vista, avrebbero mostrato un movimento Hip Hop milanese dalla vivace dialettica interna. Nonostante ciò, il mio testo come quello di molti altri al momento della pubblicazione, risultò tagliato. Per questo penso che la sua pubblicazione integralmente sia un utile contributo di carattere culturale alla comprensione di quello che accadde a metà degli anni 80. Tutte le immagini a corredo dell’articolo mostrano parte della mia produzione da metà deglianni 80 a metà degli anni 90.


All City Writers.

A trent’anni dall’arrivo della cultura Hip Hop in Italia, sono felice di constatare come questa sia entrata a far parte del vissuto quotidiano di intere generazioni di giovani in tutto il nostro paese, che attraverso il rap, la break dance e i graffiti, tengono vivo e fanno evolvere, un movimento che ha sempre fatto dell’impegno, della dedizione e del divertimento il proprio mantra.

Zeus Army rendo 1989 milano

"ZEUS ARMY" Rendo e Play 1989, parco della martesana, Milano

articolo repubblica 1990

zacA metà degli anni ottanta, un gruppo di non più di venti ragazzi milanesi, per lo più adolescenti, aderì a un movimento artistico culturale proveniente dalla città di New York, che come tale si distaccava nettamente dal sentire della quasi totalità degli adolescenti che si esprimevano attraverso l’adesione a fenomeni di moda.

Non è un caso che in quegli anni Milano, dando alla luce la moda dei paninari, si trasformò nell’epicentro di una moda che avrebbe influenzato l’immaginario esistenziale e consumistico di milioni di giovani italiani. Personalmente vissi il passare di quel periodo, come l’esempio lampante di come fosse facile manipolare e riempire il vuoto esistenziale delle persone, facendogli credere che il semplice possesso di un abito, obbligatoriamente costoso, fosse in grado di rendere una persona “migliore”. Per essere un paninaro bastava solo seguire delle semplici regole di natura estetica e comportamentale, ed è proprio per questo che la moda in questione fu abbracciata da milioni di adolescenti.

Di contro, il carattere prettamente concreto del nostro movimento, poneva chi aspirava ad entrarvi difronte a domande del tipo: “Tu cosa sai fare? Sei un breaker? Sai dipingere? Balli in piedi o per terra? Quanti passi conosci e come li sai fare? Quante ore ti alleni ogni giorno? Balli in un gruppo o da solo? Hai voglia di fare una sfida?”

Queste domande poste a bruciapelo da ragazzini con un’età compresa dai 12 ai 15 anni, penso chiariscano la filosofia alla base del nostro stare insieme: il fare. Non esistevano negozi nei quali potersi camuffarti da breaker o da writer. L’unico modo per esserlo era l’allenamento, duro e costante.

Rispetto ai paninari non eravamo fruitori passivi, ma produttori in prima persona di senso. Non seguivamo una moda, e ci rendevamo conto che le nostre scelte non erano condivise dai nostri coetanei perché veramente “difficili” da comprendere e praticare. Per far parte del nostro gruppo, specialmente agli inizi, dovevi essere in grado di ballare o dipingere e dovevi farlo bene. Naturalmente questo richiedeva impegno e scoraggiava i più.

rendo mentre dipinge

Oggi, quando un adolescente decide di essere un writer, anche se non entra a fare parte di una crew, sa di poter far conto su una rete di solidarietà, composta da coetanei che lo capiscono e con cui può condividere le proprie esperienze. Sa di fare una scelta condivisa da tanti, e non si pone il problema di essere considerato un ragazzo strano o eccentrico. Noi eravamo soli, nel senso di troppo pochi per poter essere una comunità riconosciuta.

bozzetto forza

Guardando a quegli anni penso che l’isolamento iniziale sia stata la vera fortuna del nostro movimento, perché non nascendo da una moda riuscì a svilupparsi contando su persone motivate che crebbero artisticamente per il gusto di farlo, in modo sano e non compromesso dai dettami di una moda che oggi c’è e domani svanisce.

A quei tempi la cultura Hip Hop si divideva in tre discipline di base: la break dance, i graffiti e il rap, ed era fondamentale apprenderne almeno una.

bozzetto fine

Rendo, Kaos, Graffio

Rendo Kaos Graffio, 1988, corsia dei servi, Milano

Agli inizi la disciplina che dava il maggior prestigio, e che tutti tentavano di apprendere era la break dance a terra. Difficile da eseguire, dato che richiedeva notevoli qualità atletiche, era anche la più pericolosa. Ricordo che più di una volta qualcuno si ferì seriamente cercando di imparare un passo acrobatico. I più sceglievano di ballare in piedi, ed era usanza eseguire coreografie composte da due ballerini, scelta che aumentava molto l’effetto dei passi di danza.

Ricordo che ogni fine settimana, quando ci trovavamo al muretto per ballare al ritmo della musica di un ghetto blaster, si proponeva l’annoso problema di riuscire ad acquistare le batterie per farlo funzionare. A qualcuno, vista la scarsità di denaro che circolava nelle nostre tasche, venne in mente di prendere la corrente da un tabellone pubblicitario posto all’ingrasso di Burger One, uno dei primi fast food in Italia. Naturalmente, il direttore del locale all’inizio fece finta di niente, perché i frequenti spettacoli di break dance che improvvisavamo servivano ad attirare nuovi clienti. Ovviamente una volta ottenuta la pubblicità desiderata, fece bloccare la presa di corrente e tornammo alle batterie.

Il muretto, che è il luogo in cui passavamo tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, si trova una piazzetta circondata da portici nei pressi di Corso Vittorio Emanuele, chiamata Corsia dei Servi, in centro a Milano. Gran parte del tempo era speso a provare nuovi passi di danza e a confrontare i disegni prodotti durante la settimana, che venivano archiviati in enormi raccoglitori chiamati black book. Ogni writer ne aveva uno che costudiva gelosamente e che faceva vedere solo ai writers che riteneva all’altezza. Esistevano anche gli album fotografici quasi interamente occupadi da foto di graffiti di Monaco, Londra o Parigi. Era veramente un privilrgio riuscire a vederli perchè in un periodo pre internet erano l’unico materiale di studio realmente disponibile.

bozzetto rendo

Rendo

"RENDO" Rendo 1991, parco della martesana, Milano

In quegli anni dipingere i graffiti, era considerata un’attività eroica, quasi mitica. Preparare i bozzetti su carta, scegliere i colori, uscire la notte con le bombolette nello zaino e raccontare quell’avventura agli amici il giorno dopo, esercitava un fascino irresistibile

Ricordo che sin da subito in città iniziarono ad apparire le prime Hall of Fame, gestite ognuna da una crew diversa. In realtà tutti sanno che la Hall of Fame nasce storicamente come il luogo su cui possono dipingere solo i writers più bravi al di la della crew di appartenenza, ma a Milano si iniziò ben presto a sperimentare l’effetto della rivalità fra crew, le quali non ammettevano di essere seconde a nessuno. Per cui nacque il concetto di Hall of Fame personale.

graffito megazone

"MEGAZONE" Rendo 1990, parco della martesana, Milano

Io entrai a far parte della crew “MCA”, che nel 1988 fu invitata a Bologna per partecipare alla Biennale dei Giovani Artisti Europei. In quell’occasione realizzammo un graffito luogo sedici metri e alto sei, forse il più grande mai realizzato in quegli anni, ma la cosa più importante è che riuscimmo ad ottenere dallo sponsor dieci volte la quantità di bombolette necessarie. Tornati a Milano, iniziammo a dipingere con una frequenza tripla rispetto a prima, migliorando di graffito in graffito.

kaos rendo play graffio bologna 1989

"WILD STYLE" Kaos Rendo Play Graffio 1988, Bologna

Verso la fine degli anni 80, parallelamente allo sviluppo del writing e della break dance, iniziò a diffondersi l’abitudine di rappare in inglese, accompagnati dal ritmo del beat box. Subito dopo, con la realizzazione dei primi testi in italiano, i rapper iniziarono a intraprendere quel cammino di emancipazione dalla lingua inglese, che permise a questo genere musicale di maturare e imporsi all’attenzione del mercato discografico e del grande pubblico.Anche la comparsa dei primi deejay MC, che riuscirono a realizzare in alcune discoteche di Milano serate dedicate alla musica Hip Hop, contribuì a far conoscere e crescere il movimento.

Il passaggio da una cultura di nicchia, come lo era stata fino a quel momento, a una moda, avvenne immancabilmente nel momento in cui arrivarono anche in Italia le prime hit musicali da oltre oceano. Penso che lo spartiacque fra i due periodi sia stato segnato dalla hit dei RUN DMC “walk this way” del 1986. 

Da quel momento in poi il rap, che veniva ascoltato da pochi intenditori anche grazia alla duplicazione delle audiocassette, essendo i dischi introvabili, divenne lentamente ma inesorabilmente un genere di massa. E’ grazie alla musica che si sviluppò il mercato di quelli che definisco “consumatori passivi”, cioè di persone il cui unico desiderio era quello di apparire un rapper o un writer, ma non di esserlo.

Nonostante tutto il nostro gruppo continuava a crescere seguendo logiche puramente meritocratiche. A nessuno importava la storia di chi arrivava al muretto, per essere accettato contavano solo le abilità personali.

tappino autocostruitoUn ragazzo che oggi inizia a dipingere non ha solo a sua disposizione una quantità sterminata di colori e tappini, ma può attingere informazioni da uno sterminato archivio fotografico derivante da internet. In quegli anni non avevamo praticamente niente. Le bombolette spray che usavamo erano progettate per il fai da te, con pigmenti poco coprenti, e dotate di una pressione difficile da gestire. I tappini nebulizzavano male e non permettevano di realizzare linee fini. In più avevamo poche decine di colori fra cui scegliere. Per questo eravamo costretti a improvvisare le soluzioni più disparate e fantasiose. Per riuscire a realizzare linee sottili si usavano bombolette quasi vuote, perché il gas in fase di esaurimento consentiva di ottenere una pressione di uscita più bassa e quindi un miglior controllo sul getto di colore. I tappini venivano modificati estraendo l’ugello che serviva per nebulizzare lo spray, e sostituito con la cannuccia interna di una penna Bic. Questa, tagliata della lunghezza di due centimetri, veniva sciolta e chiusa ad un’estremità tramite la fiamma di un accendino. Una volta raffreddata la plastica veniva praticato un foro con un ago. A quel punto si potevano ottenere righe relativamente sottili, ma il tratto non era costante e il tappino si otturava quasi subito. Ripensando a quei tempi credo che in realtà fossimo dei veri matti a sopportare tutte quelle difficoltà, ma eravamo talmente presi dalla passione per l’aerosolart che nessuna difficoltà poteva fermarci.

Rendo, albero 1992

"ALBERO" Rendo 1992, parco della martesana, Milano

Entrare in possesso delle foto dei graffiti di NY era quasi impossibile, perché Milano rispetto a città come Parigi, Londra o Amsterdam, era tagliata fuori da qualunque flusso d’informazioni, e quasi tutto arrivava realmente per caso. Se tralasciamo le immagini catturate dal film “Beat Street” del 1984, o prese dalle copertine dei dischi del film Wild Style del 1983 o dei Rock Steady Crew, era raro trovare del materiale da studiare.

Solo guardando il libro Subway Art del 1984 ci rendemmo conto di quello che veniva realizzato a NY, e successivamente con l’arrivo di Spraycan Art nel 1987 prendemmo atto dell’esistenza e consistenza della scuola europea. Entrambi i libri furono dei veri e propri punti di svolta per l’evoluzione del graffitismo milanese e italiano.

Ricordo come fosse ieri il sabato pomeriggio al muretto in cui riuscii a sfogliare Spraycan Art insieme a Fly Cat. La vista di quei graffiti ci pietrificò, tanto che lo stesso pomeriggio, mentre tornavamo a casa sull’autobus, giurammo a noi stessi che da quel momento avremmo lavorato senza sosta per migliorare il nostro stile, altrimenti avremmo potuto pure smettere di dipingere.

Rendo, forza dello spirito

"FORZA DELLO SPIRITO" Rendo 1993, parco della martesana, Milano

Rendo, nuovo egitto

"NUOVO EGITTO" Rendo 1990, parco della martesana, Milano

Rendo, R

"R" Rendo 1991, parco della martesana, Milano

Qualche anno dopo, esattamente nel 1992, mentre mi trovavo a Parigi, nello storico negozio di Ticaret a pochi metri dall’Hall of Fame di Stalingrad, mi accorsi che su una parete del negozio erano esposte alcune foto dei miei lavori. Non credevo ai miei occhi e rimasi stupito nel sapere che quelle immagini avevano suscitato l’interesse di molti writers parigini. Forte del riconoscimento artistico attribuitomi, riuscì a conoscere il giorno dopo, i membri della storica crew parigina dei BBC. Ero al settimo cielo perché non era da tutti riuscire a incontrarli. Rimasero stupiti nel sapere che il mio stile di lettere, che a loro piaceva così tanto, nasceva dallo studio di alcune foto fatte ai loro lavori qualche anno prima. Spiegai loro che per ottenere questo risultato avevo analizzato e disassemblato gli elementi che componevano le loro lettere, e dopo averne compreso le regole costruttive, con un lavoro durato due anni, ero riuscito a creare uno stile tutto nuovo. Pensate che io sia matto? Lo pensarono anche loro. Ma il lavoro fatto valeva tutto il tempo impiegato.

bozzetto tdk 1994

bozzetto tdk 1993

Affrontare l’aerosolart e più in generale il mondo del disegno con il massimo impegno è sempre stata una mia fissazione. Il problema è che le mie idee entrarono quasi subito in contrasto con quelle degli altri writers, dato che in quegli anni esisteva un codice di comportamento non scritto, le cui regole determinavano lo spirito con cui si doveva dipingere.

In molti consideravano l’atto stesso quasi più importante del risultato, nel senso che fare un graffito doveva essere principalmente un’esperienza aderente il più possibile a quella dei writers di NY. La qualità del graffito era sì importante, ma il fascino esercitato da film come Beat Street, e da documentari come Style Wars, aveva finito per plasmare il comportamento di molti di noi, influenzando di conseguenza la qualità finale del graffito.

Ben presto mi resi conto che per provare a competere con i maestri americani e francesi, avrei dovuto iniziare a dipingere con una nuova mentalità. Mi resi conto che dipingere seguendo la filosofia del bombing, caricava sì l’azione di una valenza quasi eroica che si poteva raccontare con orgoglio agli amici il giorno dopo, ma che una volta sparita, restituiva la verità di un lavoro mediocre. Capii che se volevo crescere come artista, dovevo cambiare mentalità e iniziare a dipingere utilizzando tutto il tempo necessario. In questo modo non avrei certo compiuto un gesto raccontabile, ma del graffito si sarebbe parlato a lungo, perché ben realizzato.

Rendo, aerosol in style

"A.I.S." Rendo 1990, via Pontano, Milano

Le mie idee furono criticate aspramente, perché secondo molti rinnegavo lo spirito originario da cui nasceva il nostro movimento, e i miei lavori denigrati perché essendo stati realizzati con calma, erano giudicati come il frutto di una specie d’imbroglio.

Realizzai i miei primi graffiti insieme a un writer di nome Play, con il quale avevamo capito, forse prima di tutti, che essendo alle prime armi dovevamo realizzare i nostri graffiti curando ogni minimo dettaglio. Per realizzare un bozzetto potevo impiegare anche due o tre giorni. Per capire l’effetto finale del graffito sul muro dipingevamo su carta il bozzetto ad aerografo, e per tracciare le lettere sul muro esattamente come dovevano essere, potevamo impiegare anche una giornata, non meno per le colorazioni, e per tracciare i bordi.

Oggi, quei tempi impiegati possono sembrare incredibilmente lunghi, e al limite del ridicolo, visti però con gli occhi di allora, credetemi, non lo erano per niente. Volevamo ottenere il massimo da ogni graffito, ma non avendo spray di buona qualità e non essendo ancora in possesso di una tecnica raffinata, trovavamo nella disponibilità di tempo il nostro unico alleato. Tanto che quell’intuizione ci permette oggi di guardare ai lavori di allora con rinnovato orgoglio.

Rendo, TDK 1995

"TDK" Rendo 1995, Vercelli

Le interminabili discussioni che nascevano attorno alle modalità con cui si doveva dipingere, danno il senso di cosa volesse dire aderire alla cultura Hip Hop. Si trattava di un’esperienza totalizzante che non ammetteva deroghe, tanto che ricordo più di un writer cacciato dalla propria crew, solo perché ad esempio ascoltava generi musicali diversi dal rap o dall’R&B. Oggi fatti del genere non potrebbero accadere, perché il movimento è cresciuto ed è maturo tanto da sapersi aprire senza pregiudizi alle novità.

Bisogna però tener conto del fatto che agli inizi, secondo molti, l’identità del movimento, che si stava in effetti ancora formando, dipendeva dall’osservanza ceca delle regole. Regole, i cui limiti iniziarono ad apparire evidenti solo con il passare degli anni, e che a un certo punto, se si voleva crescere, diventò indispensabile iniziare a mettere in discussione .

bozzetto illusione

Nella storia del writing, la nascita di una crew è sempre stata dettata dalla volontà del singolo di unirsi ad altri per migliorare le proprie capacità artistiche. Agli inizi della propria attività di writer, un singolo ragazzino raramente aveva abbastanza denaro e competenza per riuscire a completare un graffito, per cui era obbligato a trovare qualcuno con cui dipingere. Per questo le prime crew che si formarono erano composte quasi sempre da un esperto in lettering, da uno nella colorazione interna delle stesse, da uno in quella degli sfondi, e da uno nel disegno dei characters.

Nei primi anni 80 il disegno dei characters era considerata un’attività di contorno, funzionale all’abbellimento della scritta, che restava l’elemanto principale di ogni graffito. Dopo la pubblicazione del libro “Spraycan Art” la presenza dei characters iniziò lentamente ma inesorabilmente a soppiantare l’importanza delle lettere, tanto da renderle ai giorni nostri un elemento accessorio o addirittura trascurabile.

Personalmente ritengo che oggi per imporsi nel mondo dell’Aerosol Art, dove ormai tutti sono diventati degli illustratori formidabili, sia paradossalmente indispensabile ritornare a progettare lettere innovative.

Rendo

"RENDO" Rendo 1995, Ancona

Come tutti i writers sanno, all’interno di ogni crew esiste una struttura gerarchica dettata dalla natura meritocratica della stessa. La leadership si conquista con la bravura, ma non è una posizione che può essere data per scontata, dato che ogni membro può aspirare a reclamarla migliorando il proprio stile. Ogni writer è quindi costantemente sottoposto a due livelli di competizione, uno per la supremazia all’interno della crew, e uno per quella della crew rispetto alle altre.

E’ interessante notare come le rivalità interne siano quasi sempre celate all’esterno. Mentre le singole abilità all’interno delineano la gerarchia, all’esterno vengono tacitamente condivise, portando il valore complessivo della crew ad estendersi in modo uniforme a tutti i sui membri, fino a permettere al writer meno bravo di poter vantare le abilità degli altri.

fanzine impatto nitroNel mondo del writing sono numerose le crew ad essere entrate nella leggenda, grazie alla capacità dei singoli artisti di fondere in modo credibile le proprie abilità, per dare vita a opere di livello superiore. Nel mio caso la crew sono state due, ed in entrambe ho lavorato con la convinzione che ogni giorno fosse buono per migliorare i risultati del precedente. Uno stato certo di continua tensione creativa, che ha dato però buoni risultati.

La crew MCA nata nel 1988 si formò al muretto dall’incontro mio e di Play con Graffio e Kaos, mentre la crew TDK, nata nel 1990, composta oltre che da me, da Raptus, Skah, Onis, Dext One, Sten e Mec.

Alla crew TDK può essere attribuito il merito d’avere realizzato la prima fanzine italiana con il nome di “Impatto Nitro”, pochi mesi prima dell’uscita di Alleanza Latina. Era completamente fotocopiata in bianco e nero. In regalo avevamo inserito il poster a colori in formato A3 di un graffito fotografato a NY da un nostro amico. In seguito realizzammo il video documentario “Aerosolart, l’arte dello Spray” nel quale raccontavamo la genesi di un enorme graffito realizzato da tutta la crew. La videocassetta ebbe una larga diffusione, contribuendo a far conoscere il movimento del writing in ogni angolo del nostro paese.

L’origine del nome TDK è per certi versi curiosa e merita di essere raccontata. Nel 1990 il muretto non era più considerato quel luogo esclusivo d’incontro che era stato fino a quel momento, visto che le varia crew incominciavano a riunirsi per lo più nei rispettivi Hall of Fame. Questo accadeva perchè sempre più spesso il muretto era frequentato da “patiti della moda Hip Hop”, con cui nessuno di noi voleva avere a che fare.

video aerosolart

Fotogrammi tratti dal film "AEROSOLART" 1992

TDK, spazio d'azione

"SPAZIO D'AZIONE" TDK crew 1992, Rodano

videocassetta aerosolartIl nostro luogo di ritrovo in quegli anni era diventato la Hall of Fame di Via Pontano a Milano, in cui dipingevano prevalentemente Sten e Mec.

Erano ormai settimane che cercavamo di inventare una sigla per la nostra nuova crew, che fosse facile da pronunciare e “suonasse bene”, ma ogni idea durava meno di un giorno. Eravamo in una fase di stallo e fra le tante sigle proposte uscirono casualmente le lettere T. D. K. Naturalmente tutti si misero a ridere per quella trovata, specialmente Sten e Mec che ritenevano la scritta TDK troppo conosciuta e facile da associare alla nota azienda di supporti audio. Ma tempo un giorno e mi sentii dire “ottimo… ci chiameremo TDK”.

Quella sigla tanto curiosa divenne il nostro marchio, anche perché come accadeva spesso in quegli anni, la scelta di un nome era dettata non tanto dal significato vero e proprio della sigla, ma il suono che si otteneva pronunciandola. Erano i graffiti realizzati a nome della stessa a trasformarla con il tempo, in un simbolo di valore e di sostanza. Oltretutto eravamo portati ad idealizzare ogni minimo aspetto della cultura Hip Hop, e in quegli anni l’appartenenza ad una crew ara considerata una tappa fondamentale per l’affermazione del proprio nome nella comunità Hip Hop milanese.

Un altro aspetto curioso di quegli anni che si prestava spesso a fraintendimenti, riguardava la figura stessa del writer. Quando per esempio guardavamo un graffito che ci lasciava senza parole, pensavamo all’autore come ad una specie di “marziano”. Eravamo convinti che una persona creativa dovesse essere per forza “bizzarra”, tanto che questo equivoco portò molti a preoccuparsi di essere per prima cosa bizzarri, e se restava del tempo creativi.

bozzetto character

Una volta conosciuto un writer famoso, capitava quasi sempre di trovarsi davanti ad una persona “stranamente normale”, a un individuo creativo che non aveva certo bisogno di camuffarsi da “artista”. 

Rendo, aerosol in style

"A.I.S." Rendo 1990, via Pontano, Milano

Anche nel mio caso, mi sono sentito dire frasi del tipo: “devo confessarti che la prima volta che ti ho incontrato sono rimasto deluso dal tuo modo di essere così apparentemente normale. Mi aspettavo di trovare un writer tipo RAMELZEE.  Tu però non vesti, e non ti atteggi da writer”. Io rispondevo con una grande risata perché credevo, e credo ancora, che un artista abbia il dovere di parlare principalmente attraverso l’unica cosa che resterà di lui: le sue opere. Il resto conta poco, e credetemi passa in fretta, come tutti quegli aspiranti artisti che ho visto badare più al tipo di scarpe da indossare, che a quello da mettere sul muro.

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